il CUSTODE

La profezia dei Quaranta Minuti


Vi ricordate delle copertine mostrate in Curiosità 4 e 7 ? Erano tutte presagi dell'Undici Settembre.


Oscar Mondadori 'La Morte di Megalopoli' (copertina di Karel Thole)   Urania 91 (copertina di Karel Thole)   Urania 91 (copertina di Corrado Caesar)  


Un 'Omnibus' Mondadori del 1977 (copertina di Karel Thole)   Urania 526 (copertina di Karel Thole)   Urania 962 (copertina di Karel Thole)  


Noterete che ne abbiamo aggiunta anche un'altra, sullo stesso argomento.

Certo, L'Uomo in Fuga ha meritato un discorso a parte per la sua attinenza strutturale al disastro delle Due Torri, e non solo per le suggestioni evocate dal titolo o dalla copertina.

Ma la segnalazione del nostro amico Drunkmaster Grumo supera ancora una volta la realtà!

Scopriremo che la "Madre di tutte le profezie" è...


La Profezia dei Quaranta Minuti

A Washington era il periodo della fioritura dei ciliegi e dall'alto si distingueva con chiarezza l'assetto urbanistico progettato dall'architetto francese della città. Prendere d'assalto i muri di sostegno piazzati attorno a quei cerchi concentrici non sarebbe stato facile per un esercito a cavallo. Conquistare Capitol Hill e i suoi edifici avrebbe comportato un dispendio proibitivo di uomini e mezzi, esattamente come si erano prefissati i padri dell'allora giovane nazione; e, nel caso di un attacco di fanteria lungo il fianco della collina, quello sarebbe stato l'ultimo luogo a cadere.

Ma tutto ciò non preoccupava minimamente i guerrieri della Jihad Islamica a bordo del velivolo della Royal Saudi che avevano dirottato. Gli eroici martiri erano solo sei: tre iraniani, due libici, e una donna palestinese che, nonostante il sesso, era il loro comandante.

Le considerazioni numeriche erano estranee alle loro battaglie, come pure la sopravvivenza dei guerrieri. Era sempre stato così e nessuno dei componenti del commando suicida nella cabina dell'enorme Boeing se ne preoccupava. Erano stati scelti dal loro mullah proprio per questo... oltre, naturalmente, che per le loro capacità tecniche necessarie alla missione.

Erano tutti provetti piloti in grado di dirigere il jumbo al suo appuntamento con la storia anche nel caso che solo uno di loro fosse rimasto in vita. Tutti avevano una conoscenza sufficiente dei dialetti e dei modi di vita dei disprezzati sauditi moderati e dei malvagi americani da poter essere scambiati per l'equipaggio di un jet di linea; ognuno era stato addestrato a innescare e far esplodere l'ordigno nucleare che avevano a bordo, e chiunque sarebbe stato in grado di farlo arrivare sull'obbiettivo a occhi chiusi, o persino in punto di morte.

Era un compito facile, come lo era stato impadronirsi del jet senza che nessuno dei 257 passeggeri si accorgesse di nulla. Ogni loro mossa era stata programmata con largo anticipo da menti superiori.

Il jet non aveva subìto modificazioni particolari, non era munito di lanciarazzi sotto le ali, non aveva bisogno di complicate apparecchiature elettroniche di puntamento o di visori particolari. I martiri non erano addestrati per quelle sofisticate operazioni e i loro mandanti lo sapevano... proprio per questo era stato necessario ricorrere all'inganno complesso e accurato che aveva permesso al volo 319 proveniente da Riyad di mantenete un'apparenza di perfetta normalità fino all'aeroporto internazionale di Washington.

Il commando era stato esclusivamente addestrato per deviare il volo del jumbo dalla rotta di atterraggio e farlo precipitare proprio sopra la tana del Malvagio più potente di tutti; sulla Casa Bianca, residenza del presidente degli Stati Uniti.

L'intera operazione, dal momento in cui il jet lasciò la rotta a quello dell'impatto contro la Casa Bianca tra le raffiche sparate in ritardo dai soldati sbalorditi della contraerea, durò quattordici secondi e nove decimi; appena il tempo necessario perché la donna che comandava i martiri facesse sapere al mondo a chi doveva essere attribuito il merito di aver eliminato la fonte più pericolosa del male con lo stesso fuoco purificatore che i malvagi americani avavano usato a lungo per tenere in loro potere le menti islamiche.

"Allah Akbar" sussurrò la donna, Dio è grande, un attimo prima di innescare la bomba nella valigia che avevano portato nella cabina del jet.

Morì sorridendo, a differenza del pilota che malgrado il fervore rivoluzionario, se la fece addosso poco prima di venir ridotto in cenere dall'esplosione, qualche millisecondo prima dell'impatto.

Quel sorriso fu l'ultimo di quel giorno di aprile a Washington e per molti altri dopo quello, perché il bombardamento della Casa Bianca ad opera della Jihad Islamica ebbe conseguenze non previste.

L'impulso elettromagnetico dell'esplosione oscurò le comunicazioni dell'area circostante e cancellò i dati di alcuni computer, compresi quelli usati dai controllori di volo dell'aeroporto internazionale. Tutti gli operatori vennero uccisi dall'onda d'urto irradiata dall'esplosione, cosicché il messaggio della Jihad non fu mai captato dalle alte autorità americane, né da nessun altro. I libici, fornitori della bomba, erano stati un po' troppo zelanti e l'avevano leggermente sovradimensionata per il suo scopo.

Il presidente degli Stati Uniti che (più o meno casualmente) stava volando sul suo aereo presidenziale alla volta del Wisconsin dove doveva incontrarsi con dei produttori caseari locali, reagì con poca padronanza di sé alla notizia che sua moglie e i suoi due bambini erano stati disintegrati. Si alzò dalla poltrona reclinabile di pelle, sbattendo la testa imbrillantinata contro lo scompartimento bagagli, e si avventò sull'ufficiale che quel giorno aveva la sfortuna di essere il custode del Football, la valigetta contenente i codici e gli strumenti elettronici necessari a innescare l'arsenale nucleare americano, ordinandogli, livido in volto:
"Aprìtela!"

L'ufficiale non ebbe altra scelta che obbedire.


Urania 1033  
Titolo originale del romanzo: The Forty-Minute War (1984)
I edizione italiana: Urania 1033 del 12.10.1986
Copertina di Karel Thole.


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